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SdS CQ (College Quarterly) Terzo Trimestre 2019 – 10

Lezione 10

31 agosto – 6 settembre

Vivere il vangelo

«Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo».

Efesini 2:8–10

Sabato

INTRODUZIONE

Il mantra più profondo

di Dawnette Chambers, Round Rock, Texas, USA

Malachia 2:10; 1 Corinzi 12:13; Filippesi 2:1–8

Giustizia sociale. Nel leggere questa espressione, a cosa pensi? Come ti fanno sentire quelle due parole? Ti senti spinto ad agire o sei incollerito dall’inazione degli altri, sia che seguano le tue stesse lezioni sia che si siedano alla tua panca in chiesa o predichino da un pulpito? Quando vedi l’ingiustizia allo specchio, cosa succede? E dopo?

La nostra generazione non è sola nel suo egoismo, nella sua incapacità di sostenere chi deve essere certo che, pur povero, zoppo, bisognoso, nudo o in prigione, appartiene al corpo di Cristo, e che la salvezza è un dono offertogli gratuitamente. Siamo così presi dal gioco dello scaricabarile che trascuriamo le nostre responsabilità. Sì, la chiesa è un gruppo di persone; tuttavia non siamo salvati come chiesa, un’entità. Vale a dire, solo perché la chiesa locale a cui appartengo non è attiva o è indifferente ai bisogni della comunità non significa che ho quello stesso lusso.

Il canto di Israel Houghton «Deeper» parla di quale dovrebbe essere l’atteggiamento del nostro cuore quando consideriamo la giustizia sociale: «Signore, cerco di toccarti, guidami al tuo cuore / E ho sete di te, portami ancora più vicino / . . . Abbastanza vicino da sentire il ritmo del tuo cuore / Per la giustizia, Signore / Fiumi di giustizia scorrono a questi minimi».[1] Quando sento le parole di questo canto, sono spinta a riflettere su ogni persona che non ho considerato degna del mio aiuto.

In una società che apparentemente è impegnata per la diversità, fatichiamo a seguire le istruzioni di Paolo di compiere la sua gioia «avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria», continua, «ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso» (Filippesi 2:3,4). Siamo sempre più egoisti e falsamente inconsapevoli del fatto che siamo tutti fratelli e sorelle e che dovremmo lottare per i bisogni di chi è meno fortunato di noi. Alla luce della giustizia sociale, falliamo quando non consideriamo gli altri con la stessa forza con cui consideriamo noi stessi. Falliamo quando non cerchiamo il cuore di Dio per il suo popolo.

Mentre studi questa settimana, che questa sia la tua preghiera: «Dio dacci un cuore per questi minimi».

[1]Israel Houghton, «Deeper», A Deeper Level, Integrity Music B000UCH5LU, 2007.

Domenica

EVIDENZA

Servizio: la vicinanza di Dio

di Claudia M. Allen, College Park, Maryland, USA

Isaia 58:1–12

Isaia era un profeta che era fedele nel gridare ad alta voce e condividere i messaggi che Dio gli dava. Dopo che gli Israeliti tornarono dall’esilio babilonese nel 539 A.C., si appassionarono di quello che la Bibbia Nuova Riveduta traduce come «accostarsi a Dio» (Isaia 58:2). Isaia scrive come gli Israeliti si dedicavano alla preghiera, al digiuno e agli olocausti come mezzi per acquisire la presenza di Dio e il suo favore. Ma per qualche motivo, questi atti di adorazione non stavano portando gli Israeliti più vicino a Dio. Sembravano invece spingerlo lontano.

Isaia 58 è un capitolo fondamentale nel libro di Isaia perché è una documentazione di Dio che spiega agli Israeliti perché i loro tentativi di avvicinarsi a lui non stavano funzionando. Dio dice, «Proprio mentre digiunate vi preoccupate dei vostri affari e maltrattate i vostri lavoratori. Litigate con violenza, urlate e fate anche a pugni. Proprio perché digiunate in questo modo, io non vi ascolto» (vv. 3, 4, TILC). In altre parole, gli Israeliti adoravano Dio mentre opprimevano le persone. Si approfittavano dei loro servi e dei poveri.

Isaia 58 sfida gli Israeliti a capire che avvicinarsi a Dio non è solo sacrifici e digiuno. Dio dice, se volete avvicinarvi a me allora dovete «rompere le catene dell’ingiustizia, . . . rendere la libertà agli oppressi . . . dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (vv. 6, 7, TILC). Dio dice che quando diamo la precedenza ai bisogni degli altri piuttosto che ai nostri, ci mettiamo nella posizione di ricevere la sua presenza e il suo favore.

Se la preghiera, il digiuno e altri atti di lode sono l’unico modo in cui andiamo da Dio ma pratichiamo comunque odio, discriminazione, egoismo e cattiveria, allora Dio ci guarderà e dirà, «oggi voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto» (v. 4, NR). La nostra lode raggiungerà il cielo con il suono di «un rame risonante o uno squillante cembalo» (1 Corinzi 13:1) perché non abbiamo amore. Quando ci avviciniamo a chi ha bisogno e mostriamo l’amore di Gesù Cristo attraverso il servizio, allora ci viene concesso di avvicinarci a Dio. È allora che ci viene data la sua presenza e il suo favore: «Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai ed egli dirà: “Eccomi!”» (Isaia 58:9).

Rispondi

  1. Questa settimana, quali sono alcuni modi pratici in cui puoi avvicinarti a Dio e mostrare la vicinanza di Dio attraverso il servizio?
  2. La tua chiesa ha limitato l’adorazione a un servizio il sabato mattina? Come puoi «gridare» e incoraggiarli ad avvicinarsi a Dio e mostrare la vicinanza di Dio attraverso il servizio?

Lunedì

LOGOS

Servire nel modo giusto

di Mark Anthony Reid, Berrien Springs, Michigan, USA

Isaia 58:1–8; Atti 10; Matteo 9:37

Il servizio giusto

A nessuno piace fare qualcosa nel modo sbagliato. A nessuno piace costruire qualcosa al contrario, arrivare alla destinazione sbagliata o acquistare il prodotto sbagliato. Siamo inclini a fare un compito e farlo bene. Quando non riusciamo a compiere quello che ci eravamo riproposti di fare, spesso attraversiamo una gran varietà di emozioni: rabbia, inquietudine, imbarazzo e una miriade di altre cose. Può essere demoralizzante quando abbiamo in mente un obiettivo, ma nel nostro tentativo di ottenerlo scopriamo che lo stavamo affrontando nel modo sbagliato. È un conto non essere all’altezza delle nostre aspirazioni individuali, ma è un’altra cosa quando procediamo nella nostra pratica spirituale in modo sbagliato; quando sbagliamo, questo può avere un impatto grave su chi ci circonda.

Servire i bisognosi (Isaia 58)

In Isaia 58 Dio parla attraverso il profeta Isaia e dice agli Israeliti che digiunano nel modo sbagliato. Questo messaggio mette in dubbio il fulcro stesso della comunità. Gli Israeliti digiunavano a causa di quella che doveva essere la loro relazione con il Creatore. Ipotizzavano che quando si astenevano dal cibo per un periodo esteso di tempo e si dedicavano a Dio, sarebbero stati visti e ascoltati (Isaia 58:3). Conoscevano la postura giusta per il digiuno: chinare la testa, stendere il sacco e la cenere. Ma Dio dice che non vuole questo. Ripetere i movimenti non è sufficiente per Dio.

Dio dice loro che hanno una responsabilità più grande, che il digiuno a cui li sta chiamando è di giustizia per il mondo e sollievo per chi porta pesi. Dice loro che desidera «che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi» (v. 6). Nel versetto successivo, Dio dice loro di condividere il loro pane con gli affamati, portare i poveri e i senzatetto in casa loro, e vestire quelli che sono nudi. Quelli nella società che possono aiutare gli altri meno fortunati dovrebbero estendere le proprie risorse. Dio dice che è questo il digiuno che richiede. E Dio ricorda agli Israeliti che nell’aiutare gli altri, aiutano se stessi. Quando serviamo chi è bisognoso, quando finalmente facciamo la cosa giusta, la guarigione si fa avanti, e non solo la guarigione ma anche la giustizia sarà davanti a noi, e la gloria di Dio sarà dietro di noi (v. 8).

Servire nonostante le nostre differenze (Atti 10)

Anche Pietro pensa di vivere la sua vita nel modo giusto. Pietro è un Ebreo devoto che ha accettato gli insegnamenti del Dio-uomo, Gesù di Nazaret. Pietro ha trascorso anni come discepolo di Gesù, ha visto quando Gesù è stato portato via per essere giustiziato, ha visto il Signore risorto e ha ricevuto lo Spirito Santo. Pietro è impegnato a seguire Gesù. Mentre le ragioni di Pietro sono giuste, la sua metodologia è sbagliata. Pietro è ancora influenzato dalla sua cultura ed educazione. Fatica ad accettare quelli che non sono Ebrei (Atti 10; Galati 2:11–14). Pietro sta cercando di vivere nel modo giusto, ma sbaglia.

Pietro cade in una trance e ha una visione strana. Vede ogni sorta di animale a quattro zampe, e gli viene detto di uccidere e mangiare. Pietro, da buon Ebreo, si oppone al messaggio perché gli animali sono impuri. Ma Pietro sente una voce che dice, «Le cose che Dio ha purificate, non farle tu impure» (Atti 10:15). Il messaggio infine è chiarito quando gli uomini di Cornelio arrivano a casa sua. Cornelio è un Gentile, considerato impuro dalla cultura ebraica. Ma Cornelio ha bisogno del servizio che Pietro può fornire. Pietro deve mettere da parte i suoi pregiudizi e fare la cosa giusta che Dio gli sta chiedendo di fare.

Servire nel raccolto (Matteo 9:37)

In Matteo 9:37 Gesù esprime rammarico ai suoi discepoli perché il raccolto è abbondante ma i braccianti sono pochi. Tendiamo a vedere questo brano come un appello per più operai, e mentre quell’aspetto è vero, questo brano sta anche evidenziando l’enormità del numero di persone bisognose. È abbondante il raccolto di famiglie spezzate, individui oppressi, sistemi e politiche ingiuste, e di comunità che non hanno abbastanza cibo, vestiti e risorse. Se vogliamo essere operai per Cristo, dobbiamo prepararci ad affrontare questo raccolto davanti a noi.

Rispondi

  1. Cos’è che la chiesa fa male anche se ha la motivazione giusta? Come può essere corretto?
  2. Come possiamo superare i pregiudizi culturali sulle persone che sono diverse (etnicamente, economicamente, eccetera) da noi?
  3. Perché gli operai sono pochi per la mèsse, se le persone amano Dio?

Martedì

TESTIMONIANZA

Una ricetta per il successo

di Yolanda Pugh, Tallahassee, Florida, USA

Isaia 58:6, 7

«Mi è stato detto di rinviare il nostro popolo al capitolo cinquantotto di Isaia. Leggete questo capitolo attentamente, e comprendete il tipo di ministero che porterà vita nelle chiese. L’opera del vangelo deve essere svolta attraverso la nostra generosità oltre che attraverso i nostri sforzi. Quando incontrate persone sofferenti che hanno bisogno di aiuto, dateglielo. Quando trovate persone affamate, date loro da mangiare. Nel fare questo starete operando in linea con il ministero di Cristo. L’opera santa del Maestro era un’opera benevola. Che il nostro popolo in ogni dove sia incoraggiato a prenderne parte».[1]

«Come credenti in Cristo abbiamo bisogno di una fede più grande. Dobbiamo essere più ferventi nella preghiera». «Molti si meravigliano perché le loro preghiere sono così prive di vita, perché la loro fede è così debole e vacillante, perché la loro esperienza cristiana è così oscura e incerta. Essi dicono: “Non abbiamo noi digiunato e camminato mesti dinanzi al Signore degli eserciti?”. Nel capitolo 58 di Isaia, Cristo ha mostrato in che modo questo stato di cose può essere cambiato. Egli dice: “Il digiuno di cui mi compiaccio non è egli questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?” (vv. 6, 7). È questa la ricetta di Cristo per l’anima timorosa, dubbiosa, tremante. Gli addolorati, i quali camminano tristi nel cospetto del Signore, si levino e soccorrano quanti hanno bisogno di aiuto!»[2]

«Il digiuno che Dio può accettare è descritto. È dare il vostro pane agli affamati e portare nella propria casa i poveri che sono scacciati. Non aspettate che vengano da voi. Non è compito loro cercarvi e implorarvi di dargli una casa. Siete voi a doverli cercare e portarli a casa vostra. Dovete cercarli incessantemente. Con una mano dovete per fede afferrare il braccio potente che porta la salvezza, mentre con l’altra mano d’amore raggiungete gli oppressi e portate loro sollievo. È impossibile afferrare il braccio di Dio con una mano mentre l’altra è impegnata nei propri piaceri».[3]

Rispondi

  1. In che modo i membri di chiesa dovrebbero rispondere ai senzatetto o a quelli che stanno all’angolo della strada elemosinando denaro?
  2. Perché servire gli altri sarebbe chiamato un digiuno?

[1]Ellen G. White, Manuscript 7, 1908.

[2]Ellen G. White, Servizio cristiano, p. 157.

[3]Ellen G. White, Welfare Ministry, p. 30.

Mercoledì

COME FARE

Vedi. Parla. Agisci.

di Daniel Madden, Alberta, Canada

Salmi 82:3; Proverbi 31:9

È un fraintendimento pensare che siamo superiori all’impegno nell’attivismo o nella protesta sociale. Questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. La Bibbia è costellata di brani che ci ricordano i nostri doveri verso le comunità che ci circondano. Quelli che affermano di essere giusti per mezzo del sangue di Gesù dovrebbero essere in grado di portare sollievo non solo ai poveri ma a tutti quelli che sono afflitti, deboli, orfani e poveri (Salmi 82:3). Sembra bello, ma come si fa ad aiutare quelli che non possono difendersi?

La prima cosa da fare è vedere i problemi intorno a te. Sembra abbastanza semplice, ma per alcuni di noi, potrebbe volerci un po’ di allenamento. Siamo naturalmente egoisti, quindi potrebbe essere difficile vedere un problema che colpisce qualcuno che non è noi. Prendi sempre nota su cosa può essere fatto per portare sollievo alla comunità circostante alla tua casa o chiesa. Se non riesci a vedere, chiedi agli organizzatori locali del comune cosa puoi fare per aiutare la città.

La seconda cosa da fare dopo aver identificato un bisogno è «dire qualcosa». Inizia la conversazione e stimola la consapevolezza del problema. Alcuni potrebbero non sapere che c’è un bisogno nelle loro vicinanze. Avere consapevolezza dei problemi nella nostra società stimola le persone a voler risolvere quei problemi. È compito nostro come cristiani identificare e sensibilizzare, ma questo è dove molti di noi si fermano. Vediamo un articolo o un post su Facebook, Twitter, Instagram, o Snapchat, e ci si spezza il cuore. Ne parliamo con la nostra cerchia immediata di amici, e poi non facciamo niente.

Se hai mai visitato New York e ti è capitato di prendere la metropolitana, forse hai letto sui gradini la scritta «Vedi qualcosa, di’ qualcosa»; è uno slogan di molti dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. È già qualcosa, ma per noi cristiani non è ebbastanza. Parlare, dire qualcosa, non dovrebbe essere l’entità del tuo contributo per risolvere il problema. Il passo successivo è organizzarsi e portare sollievo a quelli che ne hanno bisogno. Dobbiamo fare qualcosa ora. Non c’è bisogno di andare lontano per essere di servizio. Le missioni sono un modo per affrontare un bisogno, ma puoi anche dedicarti alla comunità che ti circonda. Non possiamo raggiungere le persone per Cristo se non sanno che ci interessiamo. Quindi, vedi i problemi, di’ qualcosa, e poi organizzati e fa’ qualcosa.

VEDI. PARLA. AGISCI.

Rispondi

  1. Quali sono i bisogni della comunità a cui appartieni?
  2. Quali organizzazioni stano portando sensibilizzazione ai suoi problemi?
  3. Come puoi contribuire a risolvere i problemi nella tua comunità?

Giovedì

OPINIONE

Una responsabilità inevitabile

di Charles Eaton, Loma Linda, California, USA

Proverbi 31:8, 9; Geremia 22:3; Luca 4:18, 19

La prima proposizione di Proverbi 31:8 dice, «Apri la bocca» nella versione Nuova Riveduta. La Traduzione in lingua corrente dice «Parla», ed è «Apri la tua bocca» nella versione Nuova Diodati.

Il termine giustizia sociale evoca emozioni che illuminano due realtà facilmente confuse. Primo, il termine è stato politicizzato, usato frequentemente come surrogato per politiche che giovano a minoranze razziali, individui LGBTQ+, donne, immigrati e altri gruppi marginalizzati. Secondo, le politiche che giovano a questi individui sono generalmente associate a un partito politico particolare. Insieme, queste realtà tortuose generano un’atmosfera di ostilità guidata politicamente verso chi si spende in favore di questi gruppi sociali. Come prova, basta guardare gli epitaffi pungenti usati per svalutare e respingere quelli noti come «social justice warriors». Molti cristiani del primo mondo faticano ad accettare politiche che hanno un sapore di giustizia sociale.

Tuttavia, mentre alcuni cristiani preferirebbero vivere questi versetti attraverso la loro partecipazione politica, la Scrittura è chiarissima sul nostro obbligo personale. Apri la tua bocca. Parla. Questo principio biblico è ripetuto fino alla nausea in entrambi i testamenti. Come scritto in Proverbi, questo è un processo in due stadi:

Primo, dobbiamo identificare chi sono i nostri muti, i nostri poveri e i nostri bisognosi. Questo non è un compito semplice. Domande serie e difficili ne circondano solo la portata. Dovremmo scegliere i poveri nel mondo? Nel nostro emisfero? Paese? Regione? Provincia? Città? Quartiere? Isolato? Mentre la denominazione avventista spesso pone l’enfasi sulle istituzioni globali, per le singole persone potrebbe essere più facile mantenere un’attenzione circoscritta.

Una volta scelto uno spazio geografico, dobbiamo decidere chi, in quello spazio, si qualifica come muto, povero o bisognoso. I poveri e i bisognosi non hanno bisogno di spiegazioni, ma i muti? Certo, questo potrebbe significare letteralmente «quelli che non possono parlare», ma potrebbe anche significare «quelli che non possono difendersi». Chi sono queste persone cambierà molto da comunità a comunità. Tuttavia, l’impotenza è universale come il peccato. Quelli con la capacità di parlare devono parlare. Apri la tua bocca.

Rispondi

  1. Il comandamento biblico di parlare in favore del muto, del povero e del bisognoso dovrebbe essere limitato ai contributi individuali o dovrebbe essere espanso all’azione politica?
  2. Come dovremmo determinare chi sono i muti, i poveri e i bisognosi?
  3. Quale ruolo svolge la chiesa locale, come corpo collettivo di voci, nel difendere le cause della giustizia sociale?

Venerdì

ESPLORAZIONE

Considera la loro causa

di Robert Allen Bailey, Ft. Lauderdale, Florida, USA

Proverbi 29:7

CONCLUSIONE

«Il giusto prende conoscenza della causa dei deboli, ma l’empio non ha intendimento né conoscenza» (Proverbi 29:7). C’è una natura di base nel giusto, e una porzione di essa è come rispondiamo alla causa degli oppressi. Questo non è qualcosa che fai per ottenere il favore di Dio; è una dimostrazione che lo Spirito del Dio altissimo si trova dentro di te. E qui troviamo che un segno dei malvagi è la loro incapacità di provare empatia per quelli per cui Dio prova empatia. E il Dio della Bibbia non è forse il Dio degli oppressi? Faremmo bene a considerare la nostra posizione sulle questioni che definiranno la nostra epoca, perché le nostre opinioni non ci condannino davanti a un Dio giusto.

PROVA A

  • Informarti. Trova documentari, libri e articoli che sfidano la tua prospettiva su temi caldi come l’immigrazione illegale, i conflitti all’estero, la crisi globale dei rifugiati, le questioni LBGTQ+, il riscaldamento globale, l’incarcerazione di massa e altre questioni di giustizia sociale.
  • Relazionarti con comunità bisognose che stanno affrontando ostacoli e oppressione, frequentale per ascoltare le loro storie. Poni le tue domande con uno spirito di umiltà ed empatia con il desiderio di trovare terreno comune.
  • Partecipare. Chiedi come puoi essere di servizio per le necessità di un dato contesto, comincia la tua lotta da servitore. Sii umile, non pensare di conoscere tutto subito; piuttosto che definire la causa degli altri, usa i tuoi privilegi per assistere la loro causa.
  • Ispira altri a impegnarsi per i bisognosi intorno a loro. Quando incontri i tuoi conoscenti, ispirali con le tue nuove informazioni ed esperienze e fai capire loro che sono responsabili per le loro parole e azioni.
  • Difendere i deboli. Per strada o su internet se assisti a un episodio di ingiustizia, intervieni con saggezza, avvicinati, difendi. Forse potrai parlare a favore di qualcuno, contattare un responsabile o un agente, o scortare quella persona in un posto sicuro e attendere con lei finché la situazione non si è risolva.
  • Impegnarti per una causa. Trova una causa, prendila a cuore e spenditi per essa.
  • Ricordare perché partecipi. Ricorda che questa è la vera religione.

CONSULTA

Deuteronomio 10:18; 27:19; Proverbi 14:31; 28:27; Michea 6:8; Luca 10:30–37.

Ellen G. White, Testimonies for the Church, vol. 2, pp. 25,26; La Speranza dell’uomo, pp. 490-491.

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